Un articolo che fotografa molto bene una criticità che chi opera nel settore del tessile riciclato conosce da tempo e che oggi è diventata strutturale.
Il sistema di raccolta degli abiti usati, rappresentato anche dai noti cassonetti gialli della Caritas Ambrosiana, è sempre più in difficoltà. A metterlo in crisi è soprattutto il fast fashion: una quantità crescente di capi a bassissimo costo, realizzati con materiali scadenti o composizioni miste, che finiscono nei contenitori ma non possono essere né riutilizzati né riciclati in modo efficace.
Se in passato solo una piccola percentuale degli abiti raccolti diventava scarto, oggi la situazione è completamente cambiata: fino al 35–40% dei capi conferiti è inutilizzabile. Parliamo di indumenti già danneggiati, tessuti sintetici di scarsa qualità, capi “usa e getta” pensati per durare pochissimo.
Tutto questo si traduce in costi di smaltimento sempre più alti, che ricadono sulle organizzazioni del terzo settore e sulle cooperative che gestiscono la selezione.
Il paradosso è evidente: aumentano i volumi raccolti, ma diminuisce il valore recuperabile. Anche infrastrutture avanzate come il Textile Hub di Rho, uno dei principali poli di selezione e riciclo tessile del Nord Italia, faticano a reggere l’impatto economico di questa trasformazione del mercato dell’abbigliamento.
L’articolo rilancia quindi alcune richieste chiave: da un lato, l’introduzione di una vera responsabilità estesa del produttore, che obblighi i marchi – in particolare quelli del fast fashion – a contribuire ai costi di fine vita dei prodotti; dall’altro, un sostegno pubblico per chi ogni giorno gestisce la raccolta e il trattamento del tessile post-consumo, svolgendo un servizio ambientale e sociale fondamentale.
Un tema che riguarda da vicino l’economia circolare, il riciclo tessile e la sostenibilità reale delle filiere, e che merita attenzione e consapevolezza.
Fonte: 👉 Il Fatto Quotidiano
