Numeri da record, ma le norme UE ci minacciano.
Facciamo chiarezza.
Mentre il mondo intero parla di transizione ecologica ed economia circolare, il nostro distretto e il cuore della nostra produzione — il cardato riciclato — si trovano a vivere un paradosso senza precedenti. Siamo celebrati a livello internazionale come un modello virtuoso, eppure rischiamo di essere penalizzati da normative europee e nazionali miopi, scritte da chi spesso non conosce la realtà operativa della nostra filiera.
Per difendere il nostro lavoro serve consapevolezza, ma servono soprattutto i dati. Ed è proprio su questo fronte che il Centro Studi di Confindustria Toscana Nord (CTN), in collaborazione con le realtà del territorio, ha fatto un lavoro straordinario di stima che vogliamo condividere con te.
I NUMERI DEL NOSTRO VALORE (Che le statistiche ufficiali ignorano)
Esiste un’incredibile anomalia: a livello statistico ufficiale (dogane, database europei), il dato sul cardato riciclato non esiste. Nessuno ha mai previsto codici specifici per tracciarlo. Nonostante questa invisibilità burocratica, la realtà dei fatti descrive un gigante economico e ambientale:
- 70.000 tonnellate annue di prodotti in lana e misto lana contenenti materie prime riciclate (pari a circa 140 milioni di capi d’abbigliamento all’anno).
- 1,75 miliardi di euro di fatturato generato.
- 8.350 addetti stimati nella filiera.
- Prato leader assoluto: il distretto rappresenta ben l’84% in volumi di tutti i tessuti cardati riciclati di lana prodotti in Italia.
I PARADOSSI NORMATIVI: IL CASO END OF WASTE
Come ASTRI, denunciamo da tempo i rischi di un approccio legislativo europeo che tende a omologare settori industriali diversissimi tra loro.
L’esempio più lampante e pericoloso riguarda il dibattito sull’End of Waste (la cessazione della qualifica di rifiuto):
Secondo la logica del distretto e l’evidenza dei fatti, i materiali tessili che arrivano alle sfilacciature — già rigorosamente selezionati, igienizzati e condizionati — sono già materia prima secondaria pienamente reimmessa nel ciclo produttivo.
Tuttavia, il legislatore europeo ed esteso al tessile vorrebbe imporre che finché la materia non torna allo stato di fibra vergine, continua a essere un rifiuto.
Cosa comporterebbe questo “abbaglio”?
Se questa linea passasse, le nostre sfilacciature verrebbero declassate da “primo impianto di rigenerazione della fibra” a “gestori di rifiuti”, venendo travolte da una burocrazia asfissiante e adempimenti insostenibili. Un colpo che potrebbe rivelarsi fatale per la filiera del rigenerato, con ricadute drammatiche su imprese e occupazione.
COSA STA FACENDO L’ASSOCIAZIONE
Non possiamo lasciare niente di intentato. Il lavoro di mappatura tecnica e la raccolta dei dati effettuati in questi giorni sono lo strumento più potente che abbiamo per far sentire la nostra voce.
La transizione ecologica non si fa con i decreti teorici scritti a tavolino, ma valorizzando chi l’economia circolare l’ha inventata e la pratica ogni giorno, da generazioni.
FONTE: Confindustria Toscana Nord
